L'idea platonica non è dunque un atto del pensiero ma un ente, l'"essere che veramente è", è la struttura essenziale dell'essere, senza cui l'essere non esiste, è l'intima natura, "phisis", dice anche Platone, della cosa.
Attraverso i sensi siamo in grado di cogliere le forme fisiche delle cose, mentre con l'anima intellettiva cogliamo le forme pure, prive cioè di ogni elemento materiale, le pure essenze.
L'origine della concezione delle idee in Platone sembra essere duplice.
Nel mito della caverna, che vuole rappresentare i quattro gradi del conoscere, il prigioniero uscito alla luce del giorno viene abbagliato dal sole e quindi vede semplicemente le forme geometriche delle cose che appaiono quasi del tutto pure, le forme della geometria pur nella loro perfezione astratta debbono, infatti, essere comunque rappresentate fisicamente.
L'entità geometriche quindi come un grado appena inferiore al mondo delle idee.
Sappiano infatti come Platone abbia frequentato comunità pitagoriche e come da queste sia stato influenzato anche per la sua concezione delle idee come enti matematici.
Ma le idee potrebbero avere anche un'origine nominalistica: Platone nota che per ogni molteplicità di cose designate dallo stesso nome, omonime, queste siano anche simili, ed allora bisogna supporre un'entità, un'essenza che è la forma pura, l'idea, da cui derivano i nomi che rappresentano verbalmente l'essenza ideale.
Secondo la metafisica aristotelica l'essenza è "ciò per cui una cosa è quel che è" e in base a cui si differenzia da tutte le altre cose. Mentre le caratteristiche sensibili della cosa mutano (gli "accidenti" secondo la terminologia aristotelica), l'essenza permane sempre identica a se stessa.
Mentre le singole scienze studiano un aspetto particolare dell'essere (la matematica studierà l'essere come quantità, la fisica l'essere come movimento ecc.) la filosofia prima o metafisica si occupa di quell'essere che viene prima e che sta alla base di tutti gli esseri particolari, studierà l'essere in quanto essere, l'essenza. Da qui la concezione che A. ha della filosofia come quella disciplina che costituisce il fondamento di tutte le altre scienze particolari che studiano una parte del reale e che quindi presuppongono la filosofia che studia il reale in quanto tale: per questo la filosofia è la scienza prima.
Ma che cos'è l'essere? Al contrario degli eleati che sostenevano l'unicità dell'essere, A. ritiene che l'essere abbia delle caratteristiche fondamentali (qualità, quantità, relazione, ecc.) che egli chiama categorie di cui la più importante è quella di sostanza, senza la quale tutte le altre non hanno senso. La qualità è sempre qualità di qualche cosa, così la quantità è sempre quantità di qualche cosa e questo qualche cosa è la sostanza per cui essa è il centro di riferimento di tutte le altre. Se quindi l’essere si identifica con le categorie, che sono aspetti generali dell’essere, e le categorie poggiano tutte sulla sostanza, allora l'essere in quanto essere coincide con la sostanza. L'"essenza inerisce alla sostanza".
Come le scienze particolari poi devono definire l'oggetto del loro sapere, altrettanto dovrà fare la filosofia prima, come scienza dell'universale. Ma mentre le singole scienze potranno fare riferimento a caratteristiche sensibili per definire l'essere di cui tratteranno, come farà la filosofia prima, scienza universale a definire l'essere in quanto essere, l'essenza, quella realtà oltre l'apparenza sensibile? Come nel pensiero vi è un principio fondamentale a base di tutto il sapere, il principio di contraddizione per cui è impossibile affermare e negare nello stesso tempo uno stesso predicato nei confronti di uno stesso soggetto così sul piano della realtà è altrettanto impossibile che una cosa sia e non sia, per cui la definizione sarà che la sostanza è l'equivalente ontologico del principio logico di non contraddizione.
Per evitare i problemi dell'idealismo di Platone, Aristotele aveva formulato una teoria immanentista delle idee. L'essenza di una cosa non risiede in un'idea trascendente al mondo, in un iperuranio, ma inerisce nelle cose stesse. Un oggetto concreto e individuale è un tutt'uno di forma e materia, di essenza e esistenza
L'essenza per Aristotele può essere anche intesa come la possibilità che ha un essere a tradurre la sua vita potenziale in vita reale, in esistenza, a migliorare la materia rozza che lo compone facendole assumere una forma sempre più elevata.
Essenza come potenza dell'esistenza in atto.
L'essere quindi tanto più è realizzato quanto più ha tradotto in atto, in esistenza le potenzialità materiali iniziali.
Quindi Dio, ad esempio è atto puro in quanto non c'è più nulla in Lui di potenziale, è tutto perfettamente realizzato, attuato.
In Dio tutto è compiuto perfettamente poiché in lui non è più presente l'imperfezione della materia, che invece continua a sussistere negli esseri inferiori, i quali sono un sinolo di materia e forma, un insieme di potenza ed atto, di essenza ed esistenza.